lunedì 26 gennaio 2009

Ricordando Parigi


Il sole fino alle dieci passate allunga le nostre giornate, allontanando il pensiero della quotidianità da questa dimensione così diversa.
Tanta gente a qualunque ora. Sulla metropolitana alle dieci di sera, confusione come se fossimo ad una fiera. Due ragazzine bevono uno strano liquido azzurro, sedute sui sedili del treno stracolmo, come se fossero ad un tavolino di un bar. Un ragazzo manda un sms e tanti altri hanno gli auricolari, astratti dalla realtà del treno in corsa.
Squallore e tristezza di certe stazioni della metro. Una mendicante giovane e bella ma senza un braccio, con la mano attaccata alla spalla, mi fa ciao ciao e chiede denaro, appollaiata sulle scale strette di una delle linee della rer del centro.
Le lunghe ed immense strade che, a stella, partono dall'Arc de Triomphe, qualche centinaio di scalini sotto noi e la sensazione che da lassù puoi dominare tutto, anche se il vento impazza e la pioggia scrosciante, in meno di trenta secondi, ci costringe a tornare in basso, disperdendo in un lampo ogni pensiero di "grandeur".
La larghezza smisurata degli Champs Elysées, così luminosi e ricchi, pieni di gente, di tutte le età, di tutte le nazionalità, che corrono sotto i loro ombrelli variopinti, rifugiandosi a tratti nei negozi lussuosi.

Le vetrate colorate e grandiose della Sainte Chapelle che mi riportano in mente Ken Follett e l'immensa cattedrale del priorato di Kingsbridge.
Tetti bassi di case antiche e, improvviso, il Beaubourg. Volutamente strana costruzione colorata, moderna, con tutti i suoi tubi a vista, nel mezzo di un quartiere antico. Come qualcosa di alieno, proveniente da un altro pianeta, caduto per caso sulla terra. La piazza in lieve pendenza che mi fa pensare a piazza del Campo a Siena, affollata, come molti luoghi di Parigi. 
Un ragazzo accanto a me beve da una bottiglia di birra, accanto a lui tante bottiglie vuote e odore di alcool nell'aria. Dietro, un gruppo di ragazzi suonano la chitarra e cantano, ridendo ogni tanto. Cicche e tappi di birra per terra non ci fanno desistere dal coricarci anche noi in questa piazza splendida che sembra essersi materializzata lì da chissà dove. 
E guardiamo in alto, guardiamo il palazzo e i tubi colorati che lo circondano e poi guardiamo il cielo, oggi, fortunatamente sereno anche se ogni tanto qualche goccia di pioggia ci ricorda che il clima qui è diverso.
Il verde del Parc de Bercy, i suoi prati immensi che ci hanno accolto coricati stanchi e gli alberi visti dal basso con il cielo azzurro a far capolino tra le foglie.
La dolcezza di essere cullati dal battello che ci porta avanti e indietro per la Senna, scossi dal vento e colpiti da sporadiche gocce di pioggia, passando sotto i famosi ponti e ammirando dall'acqua e con i colori del tramonto le tante bellezze di Parigi, i tetti di Parigi.

Queste sono alcune delle mie impressioni su una delle città più belle... alcune delle tante cose che mi vengono in mente se penso a Parigi. Una città che per me ha del magico, un fascino antico e romantico che mi riporta alla mente ricordi e pensieri passati.

domenica 25 gennaio 2009

Rimpatriatina all'Altamira


Potenza di Facebook, cinque ex compagni di liceo - F. (io), D., G., T. e G. - si ritrovano e decidono di incontrarsi, appena diciannove anni dopo la maturità, per una rimpatriata... definita per correttezza rimpatriatINA, dato il numero esiguo di partecipanti.
A quattro dei cinque "feisbucchiani" (D. non si presenta!) si uniscono altri due ex compagni (R. e F.), non ancora parte del Face-fenomeno del momento, ma che hanno giurato si iscriveranno su Facebook al più presto (AGERS!!).
Peccato, ci voleva D. per ricordarsi meglio del Gruppo Algebrico! Ma pare che D. non sia venuto perché sta vendendo una casa... :))
(Ciao D., ci vediamo la prossima volta)
Ci incontriamo ad "Altamira", che è uno dei miei posti preferiti da almeno dieci anni.
Io arrivo in anticipo, perché non hanno accettato la prenotazione telefonica, essendo fine settimana, e non voglio rischiare di trascorrere al freddo ad aspettare che si liberi un tavolo... Quasi subito mi raggiungono G. e T. e, poco dopo, G., R. e F. Non so io, ma loro hanno tutti gli stessi volti che stavano dietro ai banchi del Cutelli... quasi vent'anni sembrano non essere passati proprio!
Dopo un breve aggiornamento ("Che lavoro fai?", "Sei sposato?", "Stai ancora con...?", "Hai figli?", ecc.), iniziamo a ridere, ricordando la scuola (alcuni professori e compagni in particolare) e non solo.
Ricordiamo anche la "strana" vicenda che accadde durante il compito di greco della maturità, "grazie" (anche) alla quale alcuni di noi hanno preso dei votacci immeritati. Per fortuna questo ricordo (che per me è stato difficile da superare anni fa!) dura poco e si riprende a ridere anche con le lacrime.
Io non sono mai stata una gran chiacchierona, ma, oltre a ridere a crepapelle, ascolto attenta e, soprattutto, verbalizzo (sarà la mia professione che mi porta a scrivere tutto quello che faccio!), portandomi a casa, a fine serata, una delle tovagliette di carta riciclata gialla del locale con diversi appunti presi. Mi è facile, quindi, ricordare alcune delle cose che ci hanno fatto più ridere, quella sera. Ma non farò nomi, tanto i presenti ricorderanno anche loro.
Ascoltiamo, con empatia, ma morti dal ridere, le simpatiche e colorite esternazioni di una di noi che si lamenta di essere attraccata sempre da ragazzi più piccoli (anche con quasi vent'anni di meno... pensa che questi qui, quando noi davamo la maturità, forse non erano ancora nati!!), facendole venire voglia di buttarsi giù, in fondo al mare, in zona piazza Europa... Almeno pensa anche che significa che non si capisce che hai passato i trentacinque!! :))
Una di noi, scoraggiata da una recente delusione amorosa, ci confida (ma è in preda ai fumi dell'alcool e non ci crede nessuno!) di non voler più tromb... a questa affermazione, il più adulto di noi, saggio le risponde: "Ma stai attenta, che ti si arrugginisce la to..!".
Uno di noi, mentre qualcuno gli riempie il bicchiere di vino, romanticamente, confida di volere una donna che gli versi sempre qualcosa nel bicchiere... una di noi risponde che quando gli uomini hanno una donna così, poi non la vogliono, ma lui ribatte: "A me piacerebbe..."
Ascoltiamo, poi, tutti rapiti e qualcuno un po' preoccupato perché dovrà fare le scale al buio quando tornerà a casa, alcuni racconti di avvistamenti di fantasmi, cui una di noi ha assisitito personalmente e scopriamo, infine, che c'è un posto da qualche parte in Sicilia dove è bene non portarsi le amanti, anche perchè potrsti morire sotto (o sopra!) una calda coperta... e allora come lo spiegheresti a tua moglie?!

Ragazzi, è stata davvero una serata divertente, ... u Signuri!!, come ha detto G., con un sms conclusivo a notte fonda, "una cura contro lo stress"!

venerdì 23 gennaio 2009

Non ho paura di volare ma di cadere (Fiorello)

Foto bellissima di cui non conosco la fonte.


Mi sono appena iscritta ad un gruppo di Facebook che si chiama "Sarà pure il mezzo più sicuro del mondo, ma io sull'aereo mi caco addosso!".
Questo titolo rispecchia perfettamente le mie sensazioni, quando sono costretta, dagli eventi o dal marito, a salire su uno di questi aggeggi volanti, che tutto mi danno fuorché impressione di sicurezza.
Soprattutto, poi, dopo aver visto un paio di quei meravigliosi documentari sulle catastrofi, che ogni tanto ripropongono su qualche canale di Sky.
In effetti io non mi fido per nulla di chi dovrebbe controllare se c'è tutto il carburante necessario (non è che, se rimani senza, vai al primo distributore che ti trovi sulla rotta...), oppure se funzionano tutti gli strumenti elettronici e meccanici (se si guasta, non puoi mica fermarti e aspettare che papà ti venga a recuperare in mezzo alla strada...).
Oltretutto, oltre alla componente "errore umano", che, già da sola, mi spaventa moltissimo, c'è pure che ci sono anche le turbolenze, ti può colpire un fulmine... oppure, ho sentito che può capitare che un uccello decida di suicidarsi nel motore del tuo aereo e probabilmente, in quel caso, ti porta con sé.
Ogni volta che devo prendere l'aereo, inizio ad avere l'ansia due o tre mesi prima!
Persino quando abbiamo prenotato il viaggio di nozze, che prevedeva nove ore di volo, ero nel panico già verso marzo (mi sono sposata a settembre).
Pare che per sopportare il volo, possa essere utile una compagnia di una persona di fiducia (che non si addormenti in volo!), oltre allo yoga e tenciche varie di rilassamento, oppure distrarsi con un pensiero diverso da "Oh mamma mia... e se cade?!" o ricorrere a farmaci o sostanze psicotrope. Anche se a me non sono servite.
Una delle ultime volte ho preso l'aereo, ho preso un calmante prima di partire, ma l'ho preso troppo presto, così ho dormito tranquillamente durante le due ore che abbiamo atteso in aeroporto prima dell'imbarco e poi avevo gli occhi sbarrati durante il volo.
E ho avuto più paura del solito...
Era notte, vedevo nel buio delle luci, forse di altri aerei, e credevo che ci sarebbero venuti addosso!!! Tentavo di avvisare mio marito dell'imminente scontro con queste luci che fluttuavano intorno a noi, lui, però, dormiva beatamente e non dava conto alle mie farneticazioni...
A pensarci bene, è stato un volo allucinante (forse le luci le avevo davvero immaginate, altrimenti erano alieni!!)... Non prenderò mai più calmanti comunque!!!!

Concludo con un'altra osservazione, credo pure questa di Fiorello: "Se non è il tuo giorno, l'aereo non cade... Va bene, ma se è il giorno di uno degli altri 200 paseggeri?!"


giovedì 22 gennaio 2009

La Sacher Torte


Il marito, tra i diversi pregi che ha, ha pure che cucina molto bene e, soprattutto, fa una Sacher Torte buonissima, che non ha niente da invidiare a quella comprata nelle migliori pasticcerie o locali (Altamira e Albatros, in queste zone, fanno Sacher Torte molto buone). Una volta, qualcuno che aveva assaggiato anche la torta comprata al Bar dell'hotel Sacher di Vienna, mi ha detto che quella di Marco era ancora più buona. Ma questo a lui non lo diciamo, altrimenti si monta la testa! :))

La foto qui sopra è quella della Sacher di Capodanno, l'ultima che ha creato.
Il marito ha sperimentato alcune ricette prima di trovare quella ideale che copio qua sotto, per coloro che si volessero cimentare in questa impresa. Un paio di consigli:
- Alcune ricette prevedono di mettere del liquore nella torta, ma secondo noi non c'entra niente ed è decisamente meglio senza;
- Marco prepara la base un giorno prima;
- Le cose più "difficili" sono tagliare la torta a metà (per metterci la marmellata) e rivestire la torta con il cioccolato fuso (se non volete che vi venga con dei bozzi antiestetici!).


Ricetta ideale della torta Sacher
Ingredienti per la torta
- 140 gr di burro
- 120 gr di farina
- 150 gr di cioccolato fondente
- 160 gr di zucchero
- 6 uova
- 100 gr di marmellata di albicocche

Ingredienti per la glassa
- 150 gr di cioccolato fondente
- 100 ml di panna fresca 

Lavorare in una ciotola il burro lasciato ammorbidire a temperatura ambiente con 100 gr di zucchero, quindi unire i tuorli. Aggiungere il cioccolato (sciolto al microonde o a bagnomaria), la farina e gli albumi montati a neve con il rimanente zucchero.
Versare il composto in una teglia imburrata e portare a cottura a 170 gradi per 40 minuti circa.
Sfornare e lasciare raffreddare.
Mettere su un piatto e tagliare a metà per farcirla con la marmellata.
Mettere gli ingredienti per la glassa in una casseruola e fondere a bagnomaria, amalgamando con un cucchiaio. Disponete la torta su una griglia e colateci la glassa, aiutandovi con una spatola, recuperate la glassa in eccesso e colatela nuovamente sul dolce.
(O mangiatela, è squisita!!)

domenica 18 gennaio 2009

Cosa ne penso di - Il piccolo principe




"Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!"


Questo non è un libro per bambini, è un libro "per tutti quei grandi che sono stati bambini ma non se lo ricordano più". 
In libreria lo si trova tra i libri per ragazzi. E' un libro illustrato, contiene alcuni disegni dello stesso Autore, disegni molto semplici e nel contempo molto belli. Esiste una edizione formato A4 circa, che è veramente bellissima, comunque tutte le edizioni tascabili (la mia preferita è quella Bompiani) sono belle ugualmente.
Il libro è stato scritto nel 1942 ed è raccontato in prima persona dall'Autore, Antoine de Saint Exupéry. La storia è quella di un pilota che rimane in panne con il suo aeroplano nel deserto del Sahara. Nella realtà egli ha avuto veramente una simile avventura, nel 1935, nel deserto del Sahara, e fu ritrovato vivo per miracolo.
Durante la sua "tappa" obbligata nel deserto, Antoine conosce un bambino biondo che dice di provenire da un asteroide che si chiama B612. E' un bambino molto strano: per prima cosa gli chiede di disegnare una pecora e non si accontenta di pecore dall'aspetto malaticcio, oppure con le corna o troppo vecchie... è soddisfatto solo quando Antoine, esasperato, disegna una scatola con dei buchi e gli dice che la pecora è lì dentro e i buchi le servono per respirare!
Beh, questo, alla fine, è il succo dell'intero libro... ciò che è molto facile da dimenticare quando ci si "scontra" con il vivere quotidiano: 
"L'essenziale è invisibile agli occhi"!
Il Piccolo Principe è arrivato sulla terra dopo aver visitato altri sei pianeti dagli strani abitanti: un re, un vanitoso, un ubriacone, il tizio dei lampioni, un finanziere e un esploratore. Ognuno di essi è troppo impegnato nella propria attività, sia essa "regnare", "vantarsi", "bere", "accendere lampioni", "contare i soldi" e "esplorare", per capire il significato vero e le cose importanti della vita.
Nel breve periodo che trascorre sulla terra, nel deserto, insieme al pilota, il Piccolo Principe racconta le sue avventure... che ad Antoine dapprima sembrano strampalate, ma a poco a poco ne capisce il vero significato.
Il Piccolo Principe gli racconta della sua rosa, quella che ha fatto crescere e che è una rosa diversa dalle altre perché è LEI che ha innaffiato ed ha protetto dalle bestie feroci e dai bruchi... gli racconta della Volpe che voleva essere addomesticata perché "se tu mi addomestichi avremo bisogno l'uno dell'altro... se tu mi addomestichi riconoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il rumore dei tuoi passi mi farà uscire dalla tana come una musica".
Alla fine della storia, il Piccolo Principe torna sul suo pianeta, ma lo fa in uno strano modo... "Sembrerò morto, ma non lo sarò davvero... non posso portare il mio corpo, è troppo pesante", lasciando Antoine con un senso di vuoto, ma consapevole di tante piccole e importanti verità.
La realtà anche in questo caso ha una strana attinenza con il racconto. 
Nel 1944, l'aereo da ricognizione, su cui viaggiava Antoine de Saint Exupéry, fu disperso nel Mare Mediterraneo e abbattuto da un aereo tedesco.
Il suo corpo non venne mai trovato.
Come il Piccolo Principe, forse, è tornato sul suo pianeta.

La maniglia

La splendida foto qua sopra è di Maraptica.
Non ha nulla a che vedere con il racconto, ma è bellissima ed è una porta senza maniglia.


SLAM!!
La porta sbatte con un fracasso che mi fa sobbalzare dalla sedia.
Non faccio troppo caso alla porta, di solito, ma qui, nello studio in cui sono temporanea ospite, non mi va di far pensare che mi sono chiusa volontariamente dentro la stanza.
Mi alzo, quindi, un po' svogliata e vado per aprire la porta, quando mi accorgo, con stupore misto ad ilarità e irrazionale paura, che stranamente non c’è la maniglia.
Ma perché mai hanno tolto la maniglia da questa porta?!

Il pensiero già vola in direzioni poco serene... la maniglia la tolgono se vogliono impedire a qualcuno di aprire la porta. E perché vogliono impedire a qualcuno di aprire la porta? Perché vogliono intrappolarlo.
Inoltre, sono convinta di essere sola in tutto lo studio, dato che è l'orario della pausa pranzo, e improvvisamente mi balzano alla mente migliaia di immagini, evocate dalle centinaia di libri e racconti dell’orrore che leggo da sempre. In particolare, mi si ferma vivida in testa l’immagine di un fumetto tratto da un racconto di Poe in cui un tale veniva murato in una cantina (Ammontillado).
Ovviamente, questo rischio non lo corro perché mi trovo in una luminosissima stanza, dotata pure di balcone collegato ad altre tre stanza, poi è giorno, c’è un sole splendente e sono in un palazzo enorme e, se necessario, qualcuno le mie urla le sentirà.

Comunque, l’irrazionalità vince sulla ragione e ho paura!
Inizio a bussare alla mia porta, quella che mi separa dal mondo, prima timidamente poi freneticamente. Dentro di me, nel frattempo, penso che questo non ha senso dato che, per quello che ne so, sono da sola. Ma n
on passano più di trenta secondi e la porta inizia a muoversi, riportandomi alla mente porte che tremano perché dietro ci sono i fantasmi. Come Nicole Kidman in The Others e, improvvisamente, si apre, spinta con furia verso di me. .
Due ragazzi, con facce bianche come lenzuola, che credevano di essere gli unici rimasti in ufficio, mi guardano stravolti e stupiti, sollevati di scoprire che a bussare non era un fantasma, ma solo io.

mercoledì 14 gennaio 2009

Parole per aria - Compagni di merende



E adesso sto cantando

e ancora sto sognando

ma non ho più la mia città

non e' cambiato niente

tutte le notti aspetto

ancora una stella cadente”

(Ma non ho più la mia città – G. Trovato)


La voce di Gerardina Trovato si diffonde intorno a me, penso che questa canzone mi calza a pennello. Catania non mi basta e vorrei fuggire lontano… a New York perché no? Quello che c’è qui adesso non mi va più bene, voglio altro.

La stanza enorme è squallida, la luce fioca e le pareti bianche lievemente ingrigite, pochi arredi, qualche vecchio grande tavolo di truciolato di pessima qualità.

Alle pareti nessun quadro, solo un paio di cartelli, scritti a mano, in uno si legge “Pulite il tavolo quando vi alzate!” e in un altro “Chi viene sorpreso a lasciare sporco il tavolo a pranzo, sarà inserito nel turno di pulizia dei bagni dell’indomani!”… questo è il tono della vacanza. Autogestione. Siamo una ventina di età compresa tra i 18 e i 25 anni, io mi colloco perfettamente a metà dato che ne ho 21.

Mi sono trovata, come molte altre volte nella mia vita, trascinata in un’avventura in cui non credevo nemmeno troppo, mi sono fatta prendere dall’entusiasmo degli altri e dalla voglia di riempire bene le mie giornate per non avere tempo di pensare.

Con lui è finita, se così si può dire, dato che non so nemmeno se si può dire che sia mai iniziata, e io mi sono imbottita di impegni per non cadere nell’errore di cercarlo di nuovo e adesso sono qui… da due giorni, in un’enorme scuola nella periferia di un piccolo comune della provincia, a condividere con diversi amici e molti sconosciuti, un’esperienza che, a detta di chi l’ha già provata, sarà unica.

Mentre mi guardo intorno, nell’enorme stanza squallida, scrutando le espressioni buffe dei miei compagni di avventura che discutono a gruppi dei turni per la cucina e la pulizia, cammino ciondolando, mangiando uno yogurt alla ciliegia e sorrido sollevata pensando che ho già dato la mia piena disponibilità per le attività esterne piuttosto che quelle di gestione interna, quindi non mi toccherà fare turni in cucina o nei bagni, per fortuna.

Assorta, sorridente e pensierosa, una presenza improvvisa si manifesta davanti a me, fulminea mi ruba il cucchiaino e ne ingurgita il contenuto… “Ma che ci hai messo dentro?”, mi chiede stupito masticando. Lievemente sorpresa e piacevolmente colpita dalla sua intraprendenza, dato che non ci si conosce per nulla (nemmeno i nomi), ma non avevo potuto fare a meno di notarlo già al momento della presentazione generale due giorni prima, ribatto un po’ imbarazzata “… Sai, ci ho sbriciolato dentro una brioscina T”. Lui è del nord e le brioscine T le ha conosciute qui da noi solo da un paio di giorni, sorride e dice “Beh… è buono, me ne dai un altro po’?”. Così consumiamo insieme questa romantica merenda.

Mentre si allontana, ripenso sorridendo al gesto di intimità che ha avuto nei miei confronti e penso che una nuova storia, qualcuno a cui pensare mi aiuterà a non pensare più ai fantasmi del passato. Però è un po’ presto e la distanza è tanta!

Dopo cena, un amico mi convince ad andare con lui e qualche altro a guardare le stelle sul tetto… “Ma ti devi portare il materasso!”, così mi ritrovo, faccia a faccia, con il mio compiaciuto compagno di merende, a trasportare il mio materasso dal mio letto, su per le scale, sino al tetto. La serata è fantastica, la luna illumina perfettamente le nostre facce e si sta benissimo, non serve nemmeno la coperta. A guardare le stelle sul tetto è inevitabile che si formino le coppie e, mentre a due a due gli amici si accomodano guardando romanticamente la luna sulle nostre teste, intraprendente come la mattina, il mio compagno di merende si sdraia accanto a me sul materasso senza nemmeno chiedermi se sono d’accordo… e ancora non sa nemmeno il mio nome.

martedì 13 gennaio 2009

Parole per aria - Il treno (1)


Prendeva spesso il treno, da piccola.

Le ore le sembravano infinite e liete in quegli scompartimenti che avevano un odore caratteristico, che lei chiamava “profumo di treno”. Era un misto tra l’odore stantio degli scompartimenti e quello dei panini che la mamma preparava per i viaggi in treno: sempre uguali, con la cotoletta oppure con la frittata. Non passava nemmeno un’ora dalla partenza per consumare il primo panino e spesso i panini erano finiti già diverse ore prima di giungere a destinazione.

Era sempre una lotta per chi stava vicino al finestrino: Chiara era la più grande e a volte la mamma la obbligava a cedere il posto al fratellino più piccolo, Ennio.

Le ore lunghe trascorrevano con le facce dei bambini spiaccicate contro il finestrino, a guardare fuori, il mondo correre a quella velocità pazzesca… Spesso erano campi verdi, porzioni di spiagge stupende dal mare azzurro piene di bagnanti, altre volte erano campi innevati e paesaggi cittadini con le automobili in fila al passaggio a livello.

Chiara era affascinata dalle gallerie: chilometri di spazi stretti, bui e puzzolenti… Quando c’era una galleria era vietato tenere il finestrino aperto: Chiara ammirava rapita il suo volto e l’intero scompartimento riflessi nel vetro e, oltre, il buio.

Immaginava che ci fosse un’altra bambina che viveva al di là del vetro.

Cosa ne penso di - Monsters & Co.


Sono contenta che questo film pieno di colori e di scene esilaranti sia piaciuto al mio grande piccolo amico Sergio e alla sua mamma... Così mi è venuta voglia di scriverne.

Ambientato nella simpaticissima Mostropoli, alla Monsters Inc. (la fabbrica che dà vita alla città grazie ad una squadra di valenti mostri che spaventa e cattura le urla dei bimbi, convertendole prontamente in energia),
è uno dei film di animazione più carini che io abbia mai visto.

I mostri, abitanti di Mostropoli, sono veramente orrendi, ma troppo simpatici: i protagonisti Sullivan e Mike sono, rispettivamente, un mostro verde azzurro che assomiglia vagamente ad un enorme orso di pelouche e un occhio con braccia e gambe!

Ma come fanno i mostri a spaventare i bambini? Si sa, i bambini hanno paura dei mostri, soprattutto di quelli che spuntano dal buio, preferibilmente dall'armadio a muro... Proprio lì compaiono i mostri con un sistema geniale: in azienda vengono "caricate" le porte delle camerette dei bambini e quando i mostri, senza scomodarsi troppo, aprono la porta, sono catapultati istantaneamente nell'armadio a muro della cameretta del bimbo. Così, dopo aver terrorizzato il bambino, tornano indietro, stando attentissimi a non portare per sbaglio nel loro mondo qualcosa proveniente dal mondo dei bambini, infatti qualunque oggetto umano o, peggio ancora, il bambino stesso è considerato letale per Mostropoli.
Così succede un pandemonio quando "BU", una bambina proveniente dal mondo degli Umani, irrompe nella vita di Sullivan e Mike...

Catania effetto seppia...



Questa mattina il cielo a Catania era giallo... stava per scatenarsi il diluvio, come accade ormai da diversi giorni, con pochi momenti di tregua.
Ero nel parcheggio di una grossa azienda e, mentre cercavo di superare indenne quello che si era temporaneamente trasformato in un'enorme pozzanghera con acqua fangosa alta almeno dieci cm, mi sono persa a contemplare il triste colore del cielo per qualche minuto.

Mia cugina Anna ha usato un'espressione secondo me molto azzeccata, dicendo che c'era una "Catania effetto seppia" (da cui il titolo di questo post). Era, credo, la sabbia mischiata alla pioggia che rendeva il cielo di quello strano colore che sapeva di deserto e di solitudine.

Mi viene in mente che la notte del terremoto di S. Lucia nel 1990, il cielo aveva un colore strano, un po' come questo cielo. Non era lo stesso colore, ma la sensazione di questa mattina è stata la stessa sensazione di meraviglia e smarrimento che ho avuto quando ho guardato il cielo quella notte dopo il terremoto.

Anta Anta Pero Pero Penta Pinta Pim Però


Sono cresciuta con le favole di Gianni Rodari: mia mamma mi leggeva i suoi libri ogni sera quando mi metteva a letto. Da bambina più grande, leggevo da sola i suoi "romanzi" per bambini.
Se dovessi avere un figlio, spero di riuscire a trasmettergli lo stesso amore per la lettura che mia mamma ha trasme
sso a me.Alcuni dei titoli che ricordo a memoria sono "Le favole al telefono", "Le filastrocche in cielo e in terra", "Il libro degli errori", "Le novelle fatte a macchina", "La gondola Fantasma", Gli affari del signor Gatto", "Le avventure di Cipollino"... Ce li ho ancora tutti questi libri e, anche se ho passato l'infanzia da un bel pezzo, ogni tanto li rileggo.
Le sue favole mi sono sempre piaciute tanto: assurde e bizzarre, con una morale che da piccoli non sempre è facile da capire.
Spopolava, nelle favole della mia infanzia, Giovannino Perdigiorno, che viaggiava nei paesi più strani... Nel paese senza punta dove perfino le spine delle rose facevano il solletico invece di pungere o nel paese degli uomini di burro che vivevano nel frigorifero per non sciogliersi.
Un ricordo speciale (per i luoghi che mi fa tornare in mente) è legato al signor Fallaninna che era così delicato che morì perchè cadde su una cacca di mosca.
C'era poi il naso che scappava dalla faccia di un signore che metteva le dita nel naso... un signore con cui un po' tutti i bambini sentono di avere qualcosa in comune, ma che non mi ha dissuaso dalla soddisfacente attività di perlustrazione del mio naso nell'infanzia!
Ricordo brevi frammenti della strada di cioccolato (non mi dispiacerebbe se esistesse davvero!), della pioggia di confetti di Piombino, di Alice Cascherina che cascava dappertutto, della bambina che dava da mangiare alla sua bambola le carte di caramella... e, infine, ricordo questa frase: "Anta anta pero pero penta pinta pim però", che conclude una delle "Favole al telefono".

Secondo Rodari "le fiabe contribuiscono ad educare la mente, la fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo".
Non mi metto certo al suo livello (!), ma condivido il suo pensiero e credo che Rodari abbia dato un contributo non indifferente alla letteratura infantile (e alla mia infanzia di sicuro!).

Parole per aria - Il lanternino


Una volta, credo su una di quelle belle agende Smemoranda, ho letto questa frase: "L'amore è una motoslitta che corre all'impazzata nella tundra, all'improvviso fa una capriola e si ribalta, bloccandoti sotto. Di notte arrivano i lupi". Non so chi l'abbia scritta e io l'ho sempre considerata il motto della mia vita sentimentale.

Beh... adesso sono proprio immersa nella tundra. Sono bloccata sotto alla motoslitta e vedo i lupi che si avvicinano. Terrorizzata e infreddolita, non riuscendo a produrre pensieri più consoni ed utili in questa terribile e definitiva situazione, riesco solo a chiedermi "Perché mi ritrovo sempre qui, in questa terra desolata, circondata da lupi famelici?".

Sarà forse colpa del mio lanternino?!

Ho sempre pensato che il lanternino è essenzialmente quell’intuito un po’ folle che ti porta a cercare sempre lo stesso tipo di uomo, anche se sai che non è il tuo tipo! È l’intuito che ti porta tra le braccia di uomini affascinanti che senti come spiriti a te affini e che, dopo aver riso, pianto e fatto tanto meraviglioso sesso, ti lasciano, affranti quanto te, ma senza spiegazioni logiche.

Chi utilizza il lanternino non sempre ne è consapevole, anzi, perlopiù, di questo simpatico strumento si fa un uso assolutamente inconscio. Il lanternino si mette in funzione da solo, di solito proprio quando vorremmo stare tranquilli a casa a dormire. Nessuno sa bene dove si trovi e se esista un modo per spegnerlo. Probabilmente il tasto “off” non esiste.

Il processo di avvio del lanternino non è reversibile: una volta partito non si può fermare. E comunque ci si accorge che esso è in funzione solo quando è troppo tardi, generalmente quando si è già innamorati persi dell’uomo che il nostro fedele amico luminoso ha scovato per noi.

Io non solo uso inconsapevolmente, da oltre vent’anni, un lanternino ma, per di più, credo che il mio lanternino sia difettoso!! Difettoso, sì, come Ai Amano, la mia Video Girl preferita. Forse dovrei sostituirlo. Oppure no. L'esperienza di Video Girl Ai mi ha insegnato che non sempre i prodotti difettosi sono peggiori degli altri... anzi, spesso nascondono tanti lati buoni.

Ho sempre immaginato il lanternino come un’antica lanterna bronzea pentagonale, trasportata da gnomi o altre creature fantastiche, solitamente vestiti di rosso, con cappucci e scarpe a punta. Il mio lanternino ha i vetri di colore giallastro, sporchi di fuliggine e dentro una piccola candela azzurra.

Non credo faccia molta luce. Il difetto forse sta proprio in questo: fa poca luce.
Il mio lanternino non ci vede bene!


Parole per aria - Il ragazzo dalla pigna appesa al collo con una cordicella sottile



Mi guardo intorno: la mia stanza è sempre la stessa da quasi dieci anni.
Sdraiata sul mio letto ad una piazza e mezza, guardo la scrivania con il mio PC, ormai indispensabile compagno delle mie giornate (e nottate) e ai muri tante di quelle cose appese che non so come farò a portarmele tutte quando andrò via.
Spero in una telefonata.
Penso che mi ritrovo sempre qui, sdraiata sul mio letto, ogni volta, sotto alla motoslitta ribaltata nella tundra di notte in mezzo alla neve e ai lupi, a rimettere a posto i cocci del mio cuore spezzato dal "fidanzato" confuso e infelice di turno.
Mi chiedo se finirà prima o poi. Ripensando a Baricco in "Oceano Mare", mi chiedo, come Bartleboom, se da qualche parte esiste quello che da sempre è il mio uomo, colui al quale regalerò tutti gli istanti della mia vita
Sono immersa malinconicamente in queste riflessioni quando squilla il cellulare. Salto in aria. E' la mia amica che mi propone di andare al mare con lei e mi dice: "... Ah, viene pure l'amico di mio fratello, forse te lo ricordi, lo hai conosciuto a capodanno".
Io, che non ho affatto memoria per gli sconosciuti e che a capodanno ero impegnata a cercare di sedurre quello che ora è l'ex "fidanzato" confuso e infelice di turno, rispondo distratta che non me lo ricordo e penso che preferivo stare sola con lei per immergerci, come sempre, nei racconti reciproci delle nostre vicende su cui finiamo immancabilmente per farci quattro risate.
Però non glielo dico e comunque non servirebbe, perché l'amico è stato già invitato.
Da brava amica, quindi, accetto entusiasta e ci incontriamo in spiaggia… Sorridente, subito mi presento all'amico, che mi apostrofa un po' stupito del mio gesto: "Ma noi ci conosciamo, ci siamo visti a capodanno!". Io penso "cretina che sono, me lo aveva pure detto lei che ci conoscevamo già!" e dico, mentendo spudoratamente, "Ah, scusa… Ma certo che mi ricordo!".
L'inizio non è male e supera il mio record: prima figuraccia già fatta dopo pochi secondi di conoscenza!
Se prima ero dispiaciuta di non essere sole, mi rendo conto, dopo poco, che il tizio non è affatto male. Comunque, forse io non sono ancora in vena di nuove amicizie romantiche, dato che ho ancora tanti altri pensieri per la testa e poi, questo tizio interessante, che porta una piccola pigna appesa al collo con una cordicella sottile, sembra essere già impegnato con una latitante tipa che si trova fuori per alcuni mesi.
Torno a casa, contenta ma un po' delusa, pensando che, come al solito, quelli che mi interessano e a cui io potrei interessare, generalmente sono confusi oppure sono già impegnati con altre... quindi, beh... peccato, non avrò l'occasione di conoscerlo meglio.
Però, un po' per coincidenza o perché è destino o semplicemente, in fondo, perché lo vogliamo, io e l'amico cominciamo a incontrarci spesso. Le giornate volano e il tempo passa, ma lui sta con un'altra che, sebbene latiti, comunque esiste e io non mi voglio impelagare in situazioni che mi porteranno solo guai.
Arriva il giorno della mia partenza per una vacanza prenotata da lungo tempo e, per una strana combinazione, lo stesso giorno in cui io ritornerò dalla vacanza, la misteriosa ragazza del mio amico farà pure lei ritorno dal suo lungo viaggio. Ci salutiamo e gli ricordo, con un misto di malinconia e provocazione, che al mio ritorno non passeremo più tanto tempo insieme dato che "finalmente" conoscerò la sua ragazza.
Al ritorno, preparata mentalmente a fare la simpatica con la suddetta ragazza, noi riprendiamo a vederci come prima della partenza ma lei non compare, io non chiedo nulla di lei e lui non fa parola, fino a quando organizziamo due giorni fuori e ci serve sapere il numero esatto dei partecipanti per organizzarci.
"Allora voi siete in due, no?" gli chiedo e lui risponde "No, sono solo. Sai, il giorno che lei è tornata ci siamo lasciati" Sono talmente stupita e contenta che per poco non mi metto a ridere, ma dico seria "Mi dispiace".
Lui non sembra affatto dispiaciuto però…

Parole...

Sono sempre stata una che scrive molto.
Prima lo facevo con la penna su fogli di carta, quaderni, diari, fazzolettini, carta igienica o qualunque altra cosa si prestasse ai miei bisogni "grafici" del momento. Adesso ho abbandonato, purtroppo quasi completamente, la penna e scrivo per lo più su file.
Il contenuto di questo blog vorrei che fosse rappresentato essenzialmente da storie.

Le mie storie: pezzetti di vita, quasi sicuramente romanzati per renderli un po' più piacevoli. Oppure brevi storie inventate o magari i miei sogni strampalati che nascondono chissà quale significato.