martedì 31 marzo 2009

Twilight Saga

Non volevo leggerlo: come su tutti i libri di cui parlano tutti, anche su questo ero scettica. Non mi andava giù, non solo perché troppo osannato, ma anche perché sapevo che parlava di vampiri. L'argomento vampiri non mi ha mai attratto, ad eccezione di un breve periodo della mia vita da adolescente, in cui ero rimasta affascinata da un fumetto della Raccolta di zio Tibia.
La protagonista era un'inconsapevole vampira, cui il marito procacciava il sangue e che, insospettita dalle sue sparizioni notturne e dal fatto che vivevano sempre in penombra, credeva che fosse lui il vampiro. La storia si concludeva con la morte di lei, incenerita dalla luce del sole che lei stessa aveva fatto entrare pensando di svelare il segreto del marito, mentre lui le sussurrava: "Eri tu Elena, il vampiro eri tu".

Quando la mia amica Valentina, che condivide con me parecchio in fatto di gusti sui libri, mi ha detto che Twilight era un libro bellissimo, però, non ho avuto tentennamenti e l'ho letto.

E, in effetti, il libro mi ha stregato e poi ho letto tutta la saga quasi d'un fiato. Twilight e i tre libri successivi che completano la saga (New Moon, Eclipse e Breaking Dawn), scritti da Stephenie Meyer, raccontano, in maniera semplicissima e romantica, una storia d'amore adolescenziale che per alcuni aspetti ricorda quella di Romeo e Giulietta, citati più volte nella storia dalla stessa autrice (ovviamente non sto paragonando la Meyer a Shakespeare).
Qui gli innamorati sono Bella e Edward, il cui amore è travolgente quanto impossibile. Perché lui è bellissimo, ma non è umano e non può stare con lei perché ogni volta che le si avvicina vorrebbe berne il sangue: Edward è, ovviamente, un vampiro.
L’elemento chiave della storia è la sensualità che si dipana per tutti i libri, senza che l’autrice abbia bisogno di ricorrere ad immagini esplicite. Bastano le sue parole, semplici, per farci entrare nella testa dei due innamorati, per farci condividere i sentimenti che li travolgono, poche immagini e poche descrizioni delle scene d’amore, ma molte le descrizioni delle loro sensazioni.
Sensazioni tra le quali il desiderio reciproco e la consapevolezza del non poter stare insieme sono alla base. Il sentimento di frustrazione per la loro relazione non consumata in pieno perdura per i primi tre libri e scema nel quarto libro, nel quale nulla li divide perché, dopo un matrimonio e una luna di miele romantici come pochi, anche lei diventa un vampiro.

Twilight lo si ama o lo si odia. Stephenie Meyer, osannata da tanti, è criticata da tanti altri.
Personalmente a me è piaciuta molto l'intera saga, l'ho trovata romantica e mielosa quanto basta per farmi desiderare di sprofondarci dentro e sognare su. Ciò su cui si basano alcune critiche all'autrice, sono invece punti che a me piacciono molto, come il suo modo di scrivere in prima persona (cosa che piace molto fare anche a me) e con parole estremamente semplici e dialoghi reali, che non avrei difficoltà a vedere davvero in bocca ad adolescenti.

Twilight, uscito al cinema a fine 2008, con la regia di C. Hardwick, ha avuto un successo incredibile e inaspettato. E' stato già girato New Moon e a breve inizieranno anche le riprese di Eclipse. Credo che entro l'anno prossimo gireranno anche Breaking Dawn e completeranno la saga.

Sullo schermo, due attori giovani e belli, che si sono ritrovati a dover gestire una fama completamente inattesa, hanno dato vita ad Edward e Bella: si tratta di Robert Pattinson (che aveva interpretato il bel Cedric Diggory di Harry Potter e il Calice di Fuoco), affascinante ventitreenne inglese, la cui voce suadente, i modi garbati, lo sguardo tenero e gli atteggiamenti timidi lo hanno recentemente reso un’icona sexy di dolcezza (basta ascoltarlo in un paio di interviste, in lingua originale, per capire perché) e di Kristen Stewart, attrice diciannovenne americana, già nota per aver recitato accanto a Jodie Foster in Panic Room, molto brava e con, al suo attivo già diversi film, nonostante la giovane età.




martedì 24 marzo 2009

Storie di ordinaria follia




Sono sola nel grande giardino e sto andando via. 
Il portone è chiuso e io non posso uscire, perché si può aprire solo da dentro. Devo aspettare che si ricordino di me e mi aprano.
Si avvicina, allegro, un uomo. Lo conosco, l'ho visto altre volte. Ha gli occhi spiritati. Mi parla, sa come mi chiamo, me lo ha chiesto prima.
Mi dice:
- Lo sai chi è la mia pornostar preferita? 
 
Dentro di me penso dove vorrà arrivare?
Mi dimostro amichevole, gli sorrido e gli do corda:
- Non lo so. Chi è?
Lui mi spiega, facendomi grandi sorrisi, che la sua preferita è Cicciolina e inizia a farmi diverse domande su di lei. Io rispondo, inventando un po' (dato che di Cicciolina so ben poco) e lui mi chiede anche di Moana Pozzi "l'amica di Cicciolina, quella che è morta". Parla dei loro capelli e mi dice che sono belle donne. Io annuisco.
Il portone resta chiuso.
Lui, sempre sorridente accanto a me, mi chiede:
- Ce l'hai una foto di Cicciolina?
Rispondo di no, che non ce l'ho e allora mi dice:
- Me la porti una sua foto?
Rispondo che la prossima volta gliela porterò. Me lo richiede diverse volte e io glielo prometto.
Lui sembra felice.
Poi rimaniamo a corto di argomenti e penso che è davvero ora di uscire. Non so più come intrattenerlo e temo il prossimo argomento di conversazione.
Mi viene in mente di chiedergli il favore di andarmi ad aprire il portone.
Niente di più facile. Lui è contentissimo di esaudire il mio desiderio e corre in casa.

Mentre il portone si apre e io sguscio via, per un attimo penso lo avessi chiesto prima.
Ma subito dopo ripenso ai suoi grandi sorrisi mentre parlavamo e penso che va bene così.




Per lavoro mi capita di frequentare residenze per malati psichiatrici. Non sono un medico, non interagisco con loro di solito. Solo, ogni tanto, mi capita di parlare con qualcuno di loro. A volte ne ho un po' paura. Altre volte no. Spesso basta poco per fare felice qualcuno che vuole solo parlare, come la signora I. che una volta mi ha raccontato tutta la sua vita a partire dalla seconda guerra mondiale, oppure che vuole solo un abbraccio, come B. che voleva un bacio sulla guancia per il suo compleanno, oppure come A. qui sopra che voleva una foto di Cicciolina, o ancora come GianB. che vuole solo darmi un bacio sulla guancia per salutarmi quando mi vede.

lunedì 23 marzo 2009

Trauma... Mark Darcy ma che mi combini? :)






Qui ci sono SPOILER.

Chi non vuole sapere come finisce il film, si fermi qui.



Il film dei compagni di dormite di domenica sera era TRAUMA... gli ultimi film guardati insieme sembrerebbe siano stati scelti uno per uno, tra i più brutti e/o incomprensibili dell'intera videoteca.
E invece no! è assolutamente casuale che siano risultati così, dal titolo sembravano belli.
Comunque, questi ultimi titoli ci hanno fatto rimpiangere le commedie sentimentali, stile "Harry ti presento Sally" o "Ragione e sentimento" oppure i film di Woody Allen che tanto piacciono a me, quanto schifo fanno ad altri.

Parentesi. Ieri sera, infatti, io e Marco, dopo tanta incomprensione per i film visti in DVD nelle ultime settimane, abbiamo guardato un film italiano su Sky con S. Ferilli, M. Ghini, V. Mastrandrea e altri, che parlava dei lavoratori precari di un call center (non ricordo il titolo). Nulla di che, a tratti divertente, ad altri amaro per alcune considerazioni che ti porta a fare, ad altri un po' stupidello. Ma almeno lo abbiamo capito, senza bisogno di ricorrere ad internet o alle spiegazioni illuminate, partorite dopo notti insonni.

Ma torniamo a Trauma.

Che non è quello di Dario Argento, ma un film inglese del 2004.
Anche questa volta mi sono addormentata (non per tre quarti di film, come per The Code, ma solo per circa un quarto).
Comunque ho capito lo stesso quello che c'era da capire. Poco.
Colin Firth, il protagonista, è davvero carinissimo con il suo fascino da bel tenebroso, ma lo preferisco quando interpreta Marc Darcy, il fidanzato impacciato di Bridget Jones, piuttosto che un tipo completamente di fuori, che parla da solo e fa a pezzi le persone.
Eh beh, sono una romaticona in fondo!



Copio di seguito la trama, quella che ci aveva illuso.

Risvegliatosi in un letto d'ospedale dopo aver trascorso una settimana in coma, Ben apprende che, nell'incidente automobilistico in cui è rimasto ferito, sua moglie ha perso la vita. Tormentato dalla colpa si fa ricoverare in una clinica psichiatrica, dove conosce Charlotte, la cui spiritualità lo conquista. Ben accetterà infatti di incontrare un medium., ma la seduta spiritica si rivela destabilizzante: il sensitivo sostiene che Elisa sia ancora viva!

Questa trama non avrebbe illuso anche voi?

domenica 22 marzo 2009

Sul freddo e i test contagiosi


Da qualche giorno è tornato il freddo... ovviamente non parlo di freddo polare, siamo pur sempre a Catania, ma ieri notte verso l'una, la temperatura esterna era 4 °C.
Il paesaggio qua sopra non so dove sia, ma non è, ovviamente, Catania.
Per fortuna le giornate quasi calde degli scorsi giorni non ci avevano ancora indotto a togliere la coperta elettrica dal letto e le coperte in pile, che trascorrono l'inverno sul divano, pronte per essere usate da chiunque passi di qui. Adesso stanno tutte e due addosso a me, che continuo però a sentire un freddo cane.

Odio il freddo, soprattutto da quando non sono più una ragazzina.
Mi si congelano e screpolano le mani, mi si ghiaccia il naso, mi devo vestire con più strati di maglioni che di certo non mi snelliscono, non sopporto la puzza che fa la stufa a gas (fonte di calore a casa mia) e ultimamente mi ammalo "ogni due per tre" (chissà poi perché si dice così).
Oltretutto, amo il mare e la sensazione che dà il calore del sole sulla pelle (lo dicevano anche i Nomadi che "il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino")... queste cose d'inverno è difficile apprezzarle per bene.
E poi il test di facebook mi dice che la mia stagione è l'inverno...


Questi test, spesso stupidissimi e raramente davvero carini, si diffondono su fac
ebook come le malattie infettive: nel giro di pochi giorni tutta la cerchia di "amici" fa gli stessi e in alcuni casi ci si confronta sui risultati. E questa, anche se i test sono assurdi, è una cosa carina.

I test mi sono sempre piaciuti, sono uno strumento scaccia pensieri, alcune volte anche divertente. Una volta, era estate e con alcune mie cugine, di cui non faccio i nomi per pudore (!), ne abbiamo inventato uno (che non so dove sia finito) che andrebbe benissimo da mettere su facebook, visto il livello medio... (ometto il titolo sempre per pudore, ma se lo trovo lo pubblico).

Thick As Thieves aka The Code

Ai soliti amici.

La ricerca notturna di oggi non ha dato molti risultati.

O meglio, ho capito che il film è vero che è appena uscito.
Rimane una stranissima sensazione a me, dato che la scena del caveau io la ricordo... a questo punto, si vede che avrò visto il trailer, oppure qualche spezzone su youtube, oppure c'è un film con una scena e attori uguali, oppure sono una veggente. Propendo per le prime due ipotesi.

Dato che ho dormito praticamente per tre quarti di film e che su internet non c'è quasi nulla, questa volta non sono in grado di dare spiegazioni sul significato, anche se forse poi gli amici lo hanno capito, alla fine.
L'unica cosa che ho appurato è che il titolo originale è

Thick As Thieves


Mi chiedo se tutti quelli che guardano un film, poi sono costretti a cercare su internet o a riguardarselo per capirlo. Ma non ci soffermiamo su questa riflessione...

sabato 21 marzo 2009

Voglia di vacanze... Ricordi sparsi


Qualche giorno fa un amico mi ha mandato una foto bellissima da un posto meraviglioso: un atollo delle Maldive.
Non so cosa darei per andare in un posto caldo (e oltretutto bellissimo) d'inverno, quando qui congelo e io odio il freddo...
Non sono ancora riuscita a convincere Marco, ma non perdo la speranza.

Delle Maldive ho un bel ricordo, intanto perché ci siamo andati in viaggio di nozze e poi perché era davvero un bel posto.
Non dimenticherò mai che, dopo quasi due ore di barca con un mare mossissimo, tanto che io (e tanti altri passeggeri) abbiamo passato tutto il viaggio a vomitare, appena ho messo piede sull'atollo, mi sono tolta le scarpe e le ho rimesse dopo sette giorni.
Tranne i bagni, in quel posto era tutto sulla sabbia e io non potevo fare a meno di ridacchiare quando vedevo alcune ragazze barcollare sulle scarpe con i tacchi... sulla sabbia!!
Camminare scalza è una cosa che mi piace moltissimo già sul pavimento, sulla sabbia poi... e la sabbia non era incandescente, come sarebbe stata alla Playa di Catania, ma appena tiepida (dicevano che succede perché è fatta di coralli frantumati).
Il ristorante era un grande gazebo, senza porte o finestre o pavimento, solo tetto... sempre sulla sabbia quindi.
A colazione ci venivano a trovare tre papere che, in un'occasione, ci hanno rubato il dolce al cioccolato dal piatto. Come in molti villaggi turistici, si poteva mangiare davvero tanto e bene... e io, che sono una golosa senza limiti e un pozzo senza fondo, sono ingrassata quattro chili in una sola settimana.
Dicevo che ho rimesso le scarpe per salire sull'idrovolante che ci doveva riportare dall'atollo a Malè (dove si trova l'aeroporto). Al ritorno, infatti, non abbiamo preso la barca, ma abbiamo optato per l'idrovolante (molto molto più costoso) che mi avrebbe protetta dal mal di mare... quella volta il mare era una tavola blu e invece la tipa seduta davanti a me, nel microscopico idrovolante in cui eravamo otto in tutto, ha pensato bene di vomitare appena salita, diffondendo un orrendo olezzo per il piccolissimo abitacolo, così ho fatto tutto il viaggio sul traballante mezzo di trasporto con una salvietta profumata spiaccicata sul naso, trattenendo a stento i conati.

La nostra "stanza" era un bungalow overwater, una specie di palafitta circolare, con il pavimento in legno e una doccia enorme, con una terrazzina direttamente sull'oceano (la nostra discesa a mare privata!). Ricordo che la notte ogni tanto mi svegliavo con il rumore delle onde che si infrangevano sui pali della nostra palafitta, in particolare una notte in cui c'è stato un po' di tempaccio e mi dicevo che non poteva succedere nulla...
Dopo tre mesi c'è stato lo tsunami in quelle zone e io non posso fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo se fosse accaduto tre mesi prima.
Il mare è la cosa più fantastica, anche se non mi stancherò mai di dire che qui in Sicilia abbiamo un mare fantastico, ad esempio a San Lorenzo (Marzamemi) o Lampedusa, dove sono andata tantissime volte o tanti altri posti che non conosco bene.
Comunque... trasparente, come nelle migliori piscine, il mare era pieno di pesci grossi e colorati. Tra i pesci, si facevano notare gli squali, soprattutto piccolini, che sono innocui e giravano intorno a noi. Solo una volta ci siamo spaventati perché eravamo un po' lontani dalla riva, sulla canoa, e c'era uno squalo un po' meno piccolo degli altri che ci girava intorno... a quel punto siamo tornati indietro e io non mi sono più allontanata dalla riva.

lunedì 16 marzo 2009

1984 - Big Brother is watching you



* War is peace.
La guerra è pace.

* Freedom is slavery.
La libertà è schiavitù.

* Ignorance is strength.
L'ignoranza è forza.

La libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro. Se è concessa questa libertà, ne seguono tutte le altre.

Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli... a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.

Dall'età del livellamento, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del bispensiero... tanti saluti!

P.S. Le parole di Orwell non mi sono sembrate mai tanto attuali ed esplicite come in questo periodo, in cui mi sa che ci siamo quasi nell'età del Grande Fratello.

domenica 15 marzo 2009

Antigua, vita mia e Arrivederci piccole donne


Entrambi storie di donne, come gli altri suoi libri che ho letto d'altronde, questi due meravigliosi libri si distinguono per la passione che secondo me l'autrice Marcela Serrano ha messo nel descrivere personaggi, storie e luoghi e per il coinvolgimento che hanno saputo creare in me.

Le protagoniste di Antigua, vita mia sono Josefa e Violeta, due amiche d'infanzia, che, ormai cresciute, vivono in Cile le loro vite profondamente diverse e che, divise (fisicamente e non) dagli eventi della vita, si ritrovano infine ad Antigua. Antigua, un paese del Guatemala che, nel libro, è il simbolo della rinascita, della vita, della passione... dove TUTTO ricomincia.
Violeta, nel libro, si chiama così in onore di Violeta Parra, una cantante cilena (reale) morta suicida nel 67, a cui l'autrice ha dedicato il libro e le cui canzoni sono spesso cantate dagli Inti Illimani (tipo questa bellissima canzone che si chiama La exiliada del sur).

Arrivederci piccole donne è la storia di quattro donne cilene, dall'infanzia all'età adulta.
Non sono sorelle come le piccole donne di L. M. Alcot, ma cugine, pur essendo altrettanto legate.
E' una storia molto bella con cui la Serrano ha voluto rendere omaggio ad un libro su cui "molte generazioni di donne si sono formate".
Molte sono le affinità con il romanzo della Alcot, a partire dall'associazione di ciascuna delle cugine con una delle sorelle March. Ma ovviamente lo stile è diverso e la storia è completamente diversa, non solo per la collocazione spazio-temporale (Cile, dagli anni 70 ai giorni nostri).

Nel consigliare a chiunque passi di qua la lettura di questi libri, ringrazio la mia amica Ale (per avermi spassionatamente consigliato di leggere Antigua) e mia mamma (per avermi altrettanto spassionatamente consigliato Piccole Donne).

Stay nel labirinto della mente (SPOILER - Cosa ne penso di...)


Qua ci sono SPOILER, cioè racconto come finisce il film.

Quindi, se qualcuno capita qua per caso, non ha visto STAY NEL LABIRINTO DELLA MENTE e non vuole sapere la FINE, che è essenziale nella comprensione dell'intero film, non legga oltre.

Amici miei, in particolare quelli con cui ho guardato il film ieri sera (anche quelli che avete dormito!)...
Dopo un'attenta ricerca notturna su internet, si è ancora più radicata in me la convinzione che il senso del film era quello che dicevo io (che stranamente non mi sono addormentata nemmeno per un secondo!).
Una delle recensioni di questo film che ho letto in nottata e che mi è piaciuta di più è questa qui. Cito dal suddetto blog "Jacob e l'angelo": Stay è il tentativo di far comprender cosa accade dentro una mente malata, forse in coma, in quella realtà misteriosa che spesso ci raccontano coloro che si risvegliano, e che fanno pensare esista una specie di terra di nessuno, fra la vita e la morte, nella quale l’essere decide di sé e del proprio destino, quando la realtà si scolla dalla fantasia e non si sa più riunire.

Quindi, alla fine, è assurdo, ma era tutto un sogno. Di uno che stava per morire e ha immaginato storie che avevano per protagonisti coloro che gli stavano intorno.
Nessuno sdoppiamento di personalità, come avevamo (soprattutto A/o) pensato all'inizio.
Nessun senso da cercare ai corridoi angusti e verdi, alle scene che si ripetono, all'incontro con gente morta, a Lila che scappa vedendo i quadri firmati da Henry... tanto era tutto nella testa di quel poveraccio che stava morendo.

Comunque, alla fine, forse mi è piaciuto.
E dirò che mi piacerebbe rivederlo, per notare cose che, come ne IL SESTO SENSO, si dovrebbero notare solo ad una seconda o terza visione. Anche se qui, essendo tutta una farneticazione, non so in effetti cosa potrei notare di interessante...

sabato 14 marzo 2009

Dark Water (Cosa ne penso di...)



Ho già scritto altrove che, anche se sono sostanzialmente una fifona che ha paura del buio e degli scricchiolii, mi piacciono i libri e i film di genere thriller/horror.
Dark Water è un film che mi è piaciuto parecchio. Ed è il remake americano di un film giapponese di Hideo Nakata, che è lo stesso che ha girato "Ringu" (il cui remake americano è "The ring").
A differenza di altri remake famosi, come The ring ad esempio, questo film mi è sembrato ben curato e, soprattutto, non cade nel ridicolo o nel banale (come il citato The ring, che mi è sembrato proprio una bestialità, in particolare dopo aver letto il libro).
E' un horror di quelli che non si servono di immagini raccapriccianti, ma di immagini "normali" che assumono comunque, nel contesto, significati terrorizzanti. Come una bambina dietro un vetro o una testolina che spunta dal cappuccio di un accappatoio!!!
Dahlia (Jennifer Connelly) è una giovane mamma appena divorziata, con qualche piccolo dramma interiore che si porta dietro sin dall'infanzia, costretta, dopo il divorzio, a trasferirsi con Cecyle (la figlia di circa 6 anni) in un appartamento al nono piano di uno squallido e tetro palazzo della periferia.
Nel tetro palazzo subito iniziano ad accadere cose strane che hanno l'acqua come protagonista e soprattutto sembra che ci sia qualcuno nell'appartamento di sopra che si diverte a giocare (con l'acqua, appunto!).
Nulla di strano, se non fosse però che l'appartamento di sopra è disabitato, o almeno così sostiene lo stralunato e inquietante portiere dello stabile (che sembra essere scappato da un manicomio ... o dall'Overlook Hotel (*)!).
In aggiunta, Cecyle comincia a dividere la sua vita con un'amica "immaginaria", che però sembra essere ben più di una fantasia di bambini.
L'ambientazione del film è perfetta, squallida e inquieta quanto basta. Rendono bene le inquadrature del palazzo un po' fatiscente, con la vasca dell'acqua che sgocciola sulla terrazza, le macchie schifose di umido sul soffitto, la lavanderia tetra nel sottorraneo... l'acqua è sempre presente, anche quando non ci sono vasche che traboccano o rubinetti aperti: è tutto marroncino (come l'acqua), tutto "umido". Come dicevo, mi ha angosciato a sufficienza (ogni tanto la visione della bambina dietro il vetro mi perseguita!) e mi è piaciuto, perchè dietro ha una bella storia, seppure una storia triste.
La fine è quasi "lieta", dipende dai punti di vista ... :)). Non lascia con l'amaro in bocca, ma con una sorta di pace. E, alla fine, ci dice che l'acqua non porta solo il male.

(*) dico che sembra scappato dall'Overlook Hotel perchè anche in Shining c'era il custode, pazzo pure lui ... e questo palazzo dalle presenze inquietanti ricorda vagamente l'albergo maledetto di Stephen King.

venerdì 13 marzo 2009

Il cous cous... questo sconosciuto


Fino a qualche anno fa, se mi parlavano di cous cous, pensavo a un piatto piccantissimo che ho mangiato una volta ad una cena tunisina, preparato con carne di non so quale animale. Considerando che non amo la carne e non riesco a mangiare cose piccanti, quella volta non avevo affatto potuto apprezzare la bontà del cous cous, che oggi mi piace moltissimo e so che può essere mangiato in tanti modi diversi.

E' velocissimo da preparare (ovviamente mi riferisco a quello che si compra pre cotto nella scatola al supermercato): basta fare bollire un tot d'acqua salata, poi spegnere e versarci lo stesso tot di cous cous, provvedendo poi a sgranarlo con una forchetta in modo che non si appallottoli tutto. Il tempo medio di preparazione varia in base alla quantità, ma non supera i dieci min.

La prima volta che io e Marco abbiamo preparato questo piatto che adesso è uno dei miei preferiti (non l'avrei mai detto la sera di quella cena tunisina!), eravamo a casa sua qualche anno fa e in casa, a ora di cena, di commestibile c'era solo questa confezione di cous cous, un peperone, una patata, una melanzana e una cipolla. Abbiamo fatto saltare le verdure e poi le abbiamo mangiate con il cous cous caldo ed è venuto delizioso.
Ed è buonissimo con tutte le verdure possibili e immaginabili.

Una variante è mangiarlo a freddo, condito con tonno, pomodoro e formaggio oppure con pomodoro, feta, olive nere e rucola (buonissimo fatto così, anche se personalmente alla rucola preferisco il songino).

Bomboniere Solidali


Le bomboniere oramai ce le si aspetta per qualunque occasione... è una tradizione, almeno qui.
E' sicuramente un bel pensiero lasciare agli amici un ricordino di un momento per noi importante e ringraziare "tangibilmente" dei regali ricevuti...
Ma spesso le bomboniere sono oggetti inutili, per lo più soprammobili che al 90% non si accordano con il vostro gusto e il vostro arredamento. E ho sentito, spesso, che le bomboniere non gradite vengono buttate dagli invitati appena tornati a casa dalla cerimonia, con tutta la scatola.
Mi dissocio assolutamente da questa pratica... Io non butto nulla per principio e oltretutto sono molto legata agli oggetti in generale, quindi, se riesco a separarmi dalle bomboniere, le porto, al massimo, al mercatino dell'usato di ManiTese.
Quando ci siamo sposati, una delle poche idee chiare che io e Marco avevamo riguardava le bomboniere: abbiamo scelto le cosiddette "bomboniere solidali". E, se le nostre bomboniere sono state buttate nella spazzatura... peccato perché erano carine (erano posaceneri come quello della foto - che è presa da questo sito qui - e scatolette portagioie in terracotta), però almeno, acquistandole a ManiTese, abbiamo fatto del bene.

Tempo fa leggevo delle critiche, provenienti dai produttori di bomboniere tradizionali (purtroppo non riesco a ricordare il sito - o il giornale - in cui ho letto questa cosa), che accusavano gli enti non profit di essere in parte causa della crisi del settore e dicevano "in primo luogo la beneficenza non si sbandiera come fanno gli sposi offrendo agli invitati un biglietto buonista al posto del ricordino da portare a casa. In secondo luogo perché spesso si tratta di una scelta di risparmio spicciolo e non un autentico slancio di altruismo".
Precisando che non sono, ovviamente, un produttore di bomboniere, non condivido per nulla questa affermazione... in primo luogo perché considero un bel gesto fare una scelta solidale e il bigliettino serve solo a dire esattamente dove sono finiti i soldi e non a sbandierare alcunché... in secondo luogo perché non si risparmia affatto! O meglio, si può risparmiare se si vuole risparmiare, esattamente come si può risparmiare sulle bomboniere tradizionali.
Giusto per rispondere con fatti concreti a questa seconda "accusa", dirò che noi non abbiamo affatto "risparmiato", anzi abbiamo "stanziato" più soldi nel "capitolo bomboniere" proprio perché stavamo facendo una scelta di solidarietà.

Qualche tempo fa sono rimasta stupita di sentire che in molti ancora non conoscono le bomboniere solidali... Se qualcuno di loro capita qui, gli dico che si possono fare in diversi modi.

Ci sono gli oggetti del Commercio Equo e Solidale. Ne esistono moltissimi e sono molto carini, a meno che non siate amanti solo ed esclusivamente degli oggetti "classici", i prezzi variano, come quelli delle bomboniere tradizionali. Si possono acquistare tramite ManiTese, presso le Botteghe della Solidarietà, siti internet e vari negozi dove trattano prodotti del Commercio Equo.

Per precisare, cito da Wikipedia: Con Commercio equo e solidale (o semplicemente Commercio equo, Fair trade) si intende quella forma di attività commerciale, nella quale l'obiettivo primario non è la massimizzazione del profitto, bensì la lotta allo sfruttamento e alla povertà legate a cause economiche o politiche o sociali".

Un altro modo di fare le bomboniere solidali è quello di devolvere interamente la cifra destinata alle bomboniere ad associazioni varie (ad esempio all'Unicef, Emergency, Amnesty International, Cesvi, ManiTese, associazioni di ricerca e chi più ne ha più ne metta) e dare per ricordo agli invitati solo un bigliettino con l'indicazione del progetto cui sono stati devoluti i soldi (il bigliettino buonista di cui parlano i produttori di bomboniere!)



mercoledì 4 marzo 2009

Parole per aria - La stanza

Lori Nix. Fonte

Sono sola a casa e guardo i mobili antichi riposti in cantina, pensando a come liberarmene in fretta.
I mobili ricoprono quasi tutta la superficie della cantina e un’intera camera è occupata dalla stanza da letto di coloro che abitavano la casa molti anni fa. La stanza è perfettamente ricomposta, come se qualcuno la usasse ancora adesso: lenzuola e copriletto rivestono il letto, pronto per essere usato, i cassetti e l’armadio sono pieni di biancheria, sui comodini ci sono le abat-jour con le lampadine funzionanti, sulla toletta, allineati, vi sono oggetti di bellezza, pettini, spazzole, specchi e boccette di profumo.
Non c’è luce quaggiù e devo sbrigarmi a salire prima che il buio mi avvolga.
Proprio mentre sto riflettendo sui pochi minuti di luce che mi restano, sento il buio farsi palpabile e, nella penombra, intravedo l’antica padrona seduta alla toletta, che si pettina i lunghi capelli bianchi con una delle spazzole. Posso vederne bene i tratti del viso dallo specchio che la riflette e che si trova a un paio di metri da me, che sono impietrita sull’uscio. La signora, oggi defunta, appare dell’età alla quale si è spenta qualche anno fa, ma sul suo viso non vi sono le rughe che la caratterizzavano, anzi la sua pelle è liscia come quella di una bambina.
Dallo specchio, l’anziana signora mi sorride e mi fa cenno di avvicinarmi a lei. Una corrente mi percorre il corpo dalla testa ai piedi: sono terrorizzata. Mi hanno insegnato, da bambina, che i fantasmi esistono solo nell’immaginazione e sono quelli con il lenzuolo bianco addosso, che gli conferisce un aspetto alquanto buffo che mi ha ricordato sempre vagamente quello di Barbapapà.
Ma questo fantasma non ha lenzuola bianche addosso e non mi sembra per niente buffo, ma solo spaventoso. Perché questa signora, io lo so per certo, è morta. E non riesco a spiegarmi, razionalmente, come possa essere adesso qui davanti a me e, soprattutto, cosa possa volere.
Penso che forse è una mia allucinazione e che non dovevo bere quel bicchiere a pranzo, non sono più abituata. La mia allucinazione però, poco dopo, si alza dalla sedia e si volta, camminando verso di me, continuando a sorridermi. Le mie gambe sono di pietra, non riesco a muovermi e i brividi mi percorrono continui facendomi tremare. Quando la signora mi raggiunge, la scruto con terrore, immaginando che, da un momento all’altro, mi salterà al collo e mi ucciderà, ma questo evento, che sarebbe certamente accaduto se io mi fossi trovata in un fumetto di zio Tibia, non accade. La signora mi accarezza un braccio e mi dice che le dispiacerà molto non poter più usare i suoi mobili, dato che io sto per venderli, o buttarli, non ho ancora deciso. E mi chiede di ripensarci. Dove si pettinerà quando la sua toletta non ci sarà più? E dove si addormenterà la sera, se io venderò il suo letto?


Non avevo mai pensato che in una casa potessero abitare i fantasmi dei precedenti proprietari. Immagino i proprietari defunti delle case che vengono demolite, con le loro valigie consunte e le loro facce crucciate, mentre si allontanano, invisibili, pensando a dove dormiranno adesso che qualcuno ha buttato giù casa loro.
La signora si siede sulla poltrona accanto a me e mi spiega.
Dopo la morte, i corpi svaniscono ma le anime rimangono. E le anime si possono ritrovare, non solo nel cuore di chi li ama, ma anche ad impregnare gli oggetti e le pareti che appartenevano loro. Gli oggetti che appartenevano ai defunti possono darci molte sensazioni, positive e negative, in base al sentimento che pervadeva il proprietario nel farne uso. Mi viene in mente che quando prendo in mano gli oggetti della toletta mi sento sempre avvolta da una sensazione di vago benessere, non ci avevo mai pensato prima. Abitare nella casa che è stata di un altro implica la convivenza con l’anima di costui, che si manifesta quando ci si sente osservati o si odono rumori che non sappiamo spiegare.
Sono molto sollevata dalla piega che sta prendendo questa vicenda, considerato che fino a pochi minuti fa la mia aspettativa era quella di essere aggredita e probabilmente uccisa da un fantasma, anche se adesso sento di avere una preoccupazione in più, infatti non mi sono proprio posta questo problema quando ho pensato al trasloco:a casa nuova non posso certo portare mobili vecchi che oltretutto nemmeno mi piacciono.
Il viso e le suppliche dell’anziana signora però mi toccano il cuore, come posso non tenerne conto?

Però non posso chiedere ai nuovi proprietari di tenere la camera da letto montata in cantina perché la proprietaria defunta ci deve abitare. Si farebbero quattro risate. E magari segnalerebbero il mio caso a qualche funzionario dell’ASL, spiegando che forse necessito di un ricovero presso una qualche struttura in cui potrebbero curarmi per la mia demenza senile precoce.


lunedì 2 marzo 2009

Sooner or later, a man who wears two faces forgets wich one is real

Qui sopra Norman Bates, interpretato da Anthony Perkins, in una scena di Psycho.
Uno dei film cult in tema di sdoppiamento di personalità.

La frase che dà il titolo a questo post mi ha colpito molto.

Sooner or later a man who wears two faces
forgets which one is real.
Prima o poi, un uomo che "indossa" più facce
dimentica quale è quella vera.

E' il "sottotitolo", la tagline, del film "Schegge di paura" con R. Gere e E. Norton. Che è un film molto bello, secondo me. Uno di quelli in cui c'è la componente psicologica, o meglio psichiatrica, o, in questo caso, solo perversamente cattiva...

Come in un libro molto bello di S. Sheldon che si chiama "Dietro lo specchio", in cui una tipa è scissa in ben tre personalità multiple.

In entrambi, come anche in Dr. Jekyll e Mr. Hyde, si parla, più o meno, di disturbi della personalità.

Ho letto su diversi siti (tra i quali, cito www.ascoltopsicologico.it) che questa malattia sembrerebbe avere tra le sue radici, traumi subiti in età infantile: il soggetto si dissocia dal trauma, convincendosi che sia stato qualcun altro a subirlo e praticamente crea un'altra identità (o altrE identità).
Una cosa che mi ha colpito molto (che non stupirà gli psicoterapeuti!) è che questo disturbo si cura con la psicoterapia, che deve rivolgersi a TUTTE le personalità del soggetto, che devono cooperare tra loro per garantire l'integrazione e il buon fine della terapia.

Nei thriller, però, spesso, la personalità multipla è solo un'invenzione del soggetto, spietato all'inverosimile, che ricorre a questo simpatico espediente per farsi ricoverare in una clinica psichiatrica ed evitare di essere condannato alla pena capitale, dato che di solito ha commesso un omicidio (o più di uno).

Comunque, è un argomento che trovo molto interessante, ovviamente non augurando a nessuno (e nemmeno a me stessa) di averci mai a che fare qualcosa... Ma è un argomento che trovo interessante da studiare.
Perché studiare?
Non sono medico e nemmeno psicologo...
Ma forse ho sbagliato mestiere.
Questo lo penso sempre più spesso.