mercoledì 25 aprile 2012

Storie di ordinaria follia (4)

L'altro giorno, appena uscita da un istituto che ospita pazienti con patologie psichiatriche - che frequento per ragioni di lavoro - mi sono sentita chiamare per nome.
Ho subito capito che era uno dei residenti del suddetto istituto: quello che, un paio di anni fa, in occasione di una surreale conversazione, mi chiese di portargli delle foto della sua attrice preferita, una nota porno star. 


Mi sentivo in dovere di portargliele quelle foto, ma, consigliata dal personale del suddetto istituto, non gliele portai e, per quell'anno, il mio incarico finì.
Un anno dopo, ripresi a frequentare l'isituto per un breve periodo: lui ricordava perfettamente la nostra conversazione di quel giorno e il fatto che non gli avevo portato le foto. E non era felice di ciò.
Adesso è l'anno dopo ancora. E io ho ripreso il mio lavoro di qualche settimana lì. Non so se si ricorda più di Cicciolina (qualcosa però mi dice di sì), ma so di sicuro che si ricorda perfettamente di me. 
L'altro giorno, dicevo prima, si trovava fuori dall'istituto - senza sorveglianti (d'altra parte, i pazienti non sono in prigione e chi è ritenuto in grado di farlo, esce per brevi passeggiate) e nessun altro in giro - e mi ha chiamato tutto contento, mentre stavo per andare via.
 Proprio la stessa mattina, ci eravamo incrociati dentro l'istituto e lui mi aveva guardato in un modo che mi aveva fatto pensare che non era affatto felice di vedermi. Quindi, il sentirmi chiamare e guardare da quegli stessi occhi, prima cupi (e rabbiosi?) e ora felici, mi ha fatto un po' paura, così l'ho salutato e mi sono avviata rapidamente verso la macchina, consapevole che mi stava (in)seguendo.
 Mi ha raggiunto quando io ero già entrata in macchina, sicure abbassate e finestrino aperto a tre quarti e abbiamo iniziato un'altra surreale conversazione. Questa volta nessun accenno alle foto e mi ha fatto domande sul mio lavoro... che già non è sempre facile da far capire alle persone cosiddette normali, figuriamoci quelli con qualche rotella fuori posto. Sono stata vaga ed evasiva e, dopo avermi posto l'ultima domanda, vista la mia evidente difficoltà a rispondere, mi ha detto:
- Vabbé, questo me lo dici la prossima volta.
Poi mi ha chiesto il cognome e lo ha ripetuto a voce alta, prima di andar via, allegro come prima.   




Per lavoro mi capita di frequentare residenze per malati psichiatrici. Non sono un medico, non interagisco con loro di solito. Solo, ogni tanto, mi capita di parlare con qualcuno di loro. A volte ne ho un po' paura. Altre volte no. Spesso basta poco per fare felice qualcuno che vuole solo parlare, come la signora I. che una volta mi ha raccontato tutta la sua vita a partire dalla seconda guerra mondiale, oppure che vuole solo un abbraccio, come B. che voleva un bacio sulla guancia per il suo compleanno, oppure come A. che voleva una foto di Cicciolina, o ancora come GianB. che vuole solo darmi un bacio sulla guancia per salutarmi quando mi vede.

10 commenti:

  1. diciamo che avrebbe messo in soggezione chiunque il cambio di sguardo repentino. Però, se sta li, alla fine vorrà dire che proprio tutto tutto non c'è, quindi sarà "normale" che abbia degli sbalzi d'umore... certo che però, una foto di cicciolina, te la potevano far portare eh, povero A.

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    1. @Spicy: il punto è che non so il livello di normalità residuo di questa persona e ogni volta che mi capita di incontrarlo (e lui mi ferma sempre) sono molto a disagio e preoccupata! per le foto... mi sono un po' pentita di aver seguito il consiglio, ma se mi hanno detto di fare così un motivo ci sarà!

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  2. Capisco il tuo imbarazzo e la tua "paura". E sarebbe sciocco fare discorsi sul fatto che i malati di mente non devono essere demonizzati, ecc.: se sono lì e non liberi di andare e fare ciò che vogliono, un motivo ci sarà. Purtroppo spesso chi li assiste non si rende conto della parte di loro che ancora chiede, magari inconsciamente, di essere trattata da essere umano, e poco alla volta anche quelli non completamente fuori di testa, lo diventano per forza.

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    1. @tim: io sono una di quelli che pensano che non vadano demonizzati e infatti sono forse una delle poche che li saluta se li incontra e ci parlo se mi chiedono qualcosa. Sono d'accordo sul fatto che chi li assiste a volte non si rende conto, ma in questo caso... credo che quelli che stanno in questo istituto abbiano superato già da parecchio il confine che separa la salute dalla malattia.

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  3. Io lavoro in uno di questi istituti, da quasi sei anni, e ti posso garantire che i sentimenti che provano questi "malati" (orribile parola...) sono assolutamente veri e totali.
    Io per loro sono il cuoco, quello che si occupa di una parte fondamentale della loro vita in comunità, e i primi tempi ero molto in soggezione con loro. Gli sguardi, le espressioni, tutto mi suonava styrano e anomalo, ma alla fine, quando s'impara a conoscerli, ti garantisco che viene fuori tutto il bello.
    Dopo anni, passati a lavorare in ristoranti e pizzerie, non cambierei un loro complimento con nulla. Quando ti guardano e ti dicono: grazie Paolo, oggi la pasta era buonissima, oppure ti fanno un applausa per la torta che hai appena preparato... beh, questo davvero non ha prezzo!

    Su una cosa hai ragione, però: non tutti quelli che lavorano in queste strutture hanno lo stesso animo e sono in grado di recepire ogni sfaccettatura. Ed è un peccato...

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    1. @Paolo: bellissimo commento!! :)

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  4. Cara Fra, capisco e anche io avrei reagito come te ma poi, a pensarci bene, hai visto quanti presunti "normali" girano tranquilli facendo del male? C'e' veramente da essere più che preoccupati...

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  5. Mi è capitato spesso di avere a che fare con pazienti simili facendo volontariato, e in effetti sono spesso in soggezione e un po' spaventato anche io.

    Bisogna pensare che poveracci anche loro non hanno "chiesto" di essere malati, e se il loro modo di porsi non è normale o perfettamente corretto non dobbiamo respingerli troppo. Certo è che alle volte si fanno un po' invadenti, e in effetti un minimo di attenzione in più da parte nostra credo sia giustificato oltre che necessario.

    Simone

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  6. Ricordo il racconto che scrissi allora... e oggi rileggendoti non posso che tornare con la mente ai miei picchiatelli, quelli che ho lasciato lontano da casa. Chissà quanti non ci sono più. Profonda tristezza...

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  7. Il '68 arrivo anche per me a causa di ciò che dovemmo fare io e mio figlio-9 anni- per mia moglie-sua madre per lo stesso disturbo di cui parli. Abbiamo cercato di affrontare come meglio potevamo la situazione anche negli anni successivi malgrado ricoveri, terapie e interventi di vario tipo. Oggi a 84 anni colpita da Alzhaimer, sta in una sedia a rotelle o su di una sdraia, non cammina, parla -per modo di dire- qualche rara volta, non deglutisce o lo fa a malapena. Insomma di quel tuo lavoro ne so qualcosa, ci vuole una pazienza illimitata.
    Scusami Fra per il mio sfogo.
    Un caro saluto,
    aldo.

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