sabato 28 marzo 2015

Carne, di Ruth L. Ozeki


Titolo originale "My year of meats".
"Carne" è la storia di due donne (Akiko e Jane), legate, per motivi diversi, a Ueno (un uomo che definire bastardo è fargli un complimento) ed è la storia di come, entrambe, da quest'uomo si affrancano.
"Carne" è la storia drammatica di Akiko moglie sottomessa dal marito violento, ed è anche la denuncia, da parte di Jane, dei pericoli (tutt'altro che inventati) del mangiar carne proveniente dagli allevamenti intensivi.

Il libro, scritto in maniera accattivante, alternando il punto di vista di Akiko e quello di Jane, è focalizzato sulla realizzazione di una serie televisiva americana che sponsorizza il consumo di carne, decantandone i pregi. Ma, proprio girando la serie, Jane si rende conto che la realtà è diversa da quella che i media propinano.

Qui un'intervista all'autrice, relativa al libro.
Qui un bell'articolo dedicato all'autrice e a un altro dei suoi libri che mi ispira moltissimo e che si chiama "Una storia per l'essere tempo".


Citazioni

Sono tre le citazioni che mi hanno molto colpito di questo libro: una è quella che ho scritto sulla foto sopra, le altre due sono quelle che seguono.

"... un esempio di come le cose non dette continuino ad aleggiare nell'aria, simili a un ritornello che si ripropone instancabilmente all'orecchio. Akiko aveva molte ottime ragioni per lasciarlo e voleva che John le conoscesse, una per una. Solo così avrebbe chiuso con lui, una volta per tutte."

"... scelsi di ignorare quello che sapevo. . In questa accezione radicale, l'ignoranza è un atto di volontà, una scelta che ognuno ripete più volte, soprattutto quando si sente sopraffatto dalle informazioni, e consapevolezza equivale ormai a impotenza."




martedì 24 marzo 2015

Pensieri allegri oggi...


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Questa è una fan art che rappresenta Jem e Will, due dei protagonisti della saga The Infernal Devices di Cassandra Clare. La saga, che fa parte della serie Shadowhunters, che mi è piaciuta tanto da indurmi a creare un intero blog per parlarne (questo).

Questa è una "scena" che nei libri non c'è e raffigura il momento in cui i due si reincontrano nell'aldilà. La recente scomparsa di una persona a me vicina, combinata con la recente visione del film "Al di là dai sogni" con il defunto Robin Williams mi ha portato, in questi giorni, a fare alcune riflessioni. Si tratta di riflessioni che faccio spesso e che, in momenti come questo, mi stazionano nel cervello più a lungo.
La mia razionalità mi porta a pensare che quando uno muore... muore. Non c'è più, smette di esistere e finisce tutto. Ma poi penso... ma può essere davvero così? Le persone smettono di esserci e basta, se non nei ricordi di chi le ha amate?
E quando io sarò morta, smetterò di sentire?

Un giorno c'è la vita. Per esempio, un uomo sano, neanche vecchio, senza trascorsi di malattie. Tutto è com'era prima e come sarà sempre. Passa da un giorno all'altro pensando ai fatti suoi, sognando solo il tempo che ancora gli si prepara. Poi, d'improvviso, capita la morte. Un uomo esala un leggero sospiro, si abbandona sulla sedia, ed è la morte. La sua subitaneità non lascia spazio al pensiero, non dà occasione allo spirito di cercare una parola che possa consolarlo. Restiamo soli con la morte, col dato inoppugnabile della nostra mortalità. La morte dopo lunga malattia possiamo accettarla con rassegnazione. Anche che la morte accidentale si può attribuire al destino. Ma che un uomo muoia senza causa apparente, che muoia solamente perché è uomo, ci spinge così vicino all'invisibile confine tra la vita e la morte da farci domandare su che lato di esso ci troviamo. La vita si fa morte, ed è come se quella morte avesse posseduto questa vita da sempre. Morire senza preavviso. Come dire: la vita si interrompe. E può interrompersi in qualunque momento.
(Paul Auster, L'invenzione della solitudine)

venerdì 20 marzo 2015

Ineluttabilità

Ho sempre pensato che la mia tranquillità sarebbe svanita se e quando tu te ne fossi andato da questa zona e adesso è successo. 
Non lo hai scelto, non te ne sei andato sulle tue gambe e io sono qui a pensare che a volte i legami sono più forti di quello che si pensa, che le parole gentili e il bene ricevuto non scivolano sulla superficie, ma arrivano al cuore, anche quando non te ne accorgi. 
Quel tuo essere sempre presente, quel sovrastare e guardare tutto dall'alto mi facevano sentire protetta. Sapere che talvolta la notte te ne andavi in giro a perlustrare la zona e che di giorno sapevi sempre chi arrivava e vedevi tutto da lassù, mi rendeva sicura a qualunque ora. 
Questo adesso non ci sarà più. 
Mi chiedo in che percentuale la tranquillità estrema in cui abbiamo vissuto sia dipesa da te. Dal fatto che questo era il tuo quartiere. 
Purtroppo adesso lo scopriremo.

martedì 17 marzo 2015

Giochi da bambini

I miei ricordi più vividi sono legati ai libri e ai dischi… e a un sottotetto buio.

Non so come sia possibile, contemporaneamente, avere una folle paura del buio e amare giocare nel buio sottotetto della casa dei miei nonni. Sottotetto che girava intorno alla casa, per ricongiungersi con la parte del sottotetto di pertinenza della casa accorpata alla nostra, senza alcuna divisione. O almeno così mi ricordo, magari me lo sono sempre immaginato e basta. 
Un lungo e stretto corridoio buio di cemento che si snoda per circa cento metri. In pratica, giocavo nel luogo dove oggi potrei ambientare decine di racconti del terrore, nemmeno tanto inverosimili. Ma forse, a quel tempo, se ne sentivano meno di eventi terribili e a me facevano ancora più paura le ombre dei mostri reali.

Quando aprivo quella porta in metallo verniciata di rosso, era come entrare in un altro mondo. 
C'era un odore particolare, era un odore di calce, di libri vecchi, un odore che ricordo ancora adesso. Non era un ambiente rifinito, nessun pavimento o soffitto: a terra c’era cemento e sopra di me le tegole. Era un sottotetto molto stretto, spiovente. Io ci entravo in piedi a stento da bambina, sarà stato non più alto di un metro e trenta nella parte più alta. C’erano un paio di lampadine, una vicino alla porta e una dietro il primo angolo. Non ricordo di esserci mai andata da quella parte o comunque non ne conservo alcuna memoria.

La zona in cui amavo giocare era quella vicino alla porta, era piena di scatoloni, con tutti i libri di mia madre, vecchie bambole e tutte le sue cose da ragazzina. Immagino ci fossero anche tante cose che io non ho mai visto, i classici scatoloni di roba che togli dalla casa che lasci e che rimangono sempre in una sorta di limbo dopo un trasloco.

Non riesco a immaginare cosa ci fosse di tanto interessante, per me, da farmi amare giocare lì dentro... oggi, a quaranta anni molto più che suonati, non sono certa che ci metterei nemmeno un piede in un sottotetto buio.

giovedì 12 marzo 2015

E questo che libro è? - gioco

Da un paio di giorni, sulla pagina facebook del blog, faccio un giochino che a me piace tanto, visto che si tratta sempre di libri. Non è nulla di orginale, perché probabilmente lo fa già un milione di blogger, comunque, mi ci diverto.
Purtroppo, la partecipazione è scarsa, non so se perché non leggono in molti o perché non ho visibilità o perché la gente si scoccia con i giochini.
O forse perché non ci sono premi in palio. Chi lo sa, magari un domani farò qualcosa del genere. Che premi potrei mettere?
una cartolina della mia città a chi vince... 
uhm, non credo sarebbe molto gradito
un e-book (dal costo di 0,99) a chi vince...
già questo potrebbe essere valido (e se il premio fosse l'ebook di qualche mio amico di blog potrebbe anche essere una cosa più simpatica :))

Ci penserò... nel frattempo, continuerò con il giochino senza premi... almeno fino a che persino mia mamma, che mi segue in tutto o quasi quello che faccio, smetterà di giocare.
Propongo il giochino anche qua...

Uno dei miei libri preferiti.
Questo per me è facilissimo e lo è per chiunque abbia letto il libro e se lo ricordi almeno vagamente.

Un altro dei miei libri preferiti.
Ho scelto una pagina in cui non è facile individuare i riferimenti, ma è stata un'impresa.

mercoledì 11 marzo 2015

Poesie, concorsi e editoria a pagamento

Ho partecipato al concorso di poesia di cui a questa pagina, con la poesia Morgue, che ho pubblicato un paio di giorni fa qui.
Mi hanno telefonato, dopo 24 ore, dicendomi che la poesia è stata valutata molto positivamente e che è stata selezionata per la pubblicazione con la casa editrice Pagine, insieme ad altre dieci mie poesie a mia scelta, in un libro che conterrà le opere di tredici autori. E' prevista la pubblicazione su ebook in vendita su Amazon, la realizzazione del mio sito personale, nel quale potrò pubblicare altra roba e linkare le mie pagine, la realizzazione di un video, di un audiolibro e la stampa e l'invio in regalo di 6 copie cartacee.
Sono stata inzialmente molto contenta e per nulla sospettosa, dato che Morgue è una delle poche poesie che ho scritto che mi piace davvero molto e che credo sia valida, quindi mi stava sembrando anche verosimile che qualcuno volesse pubblicarla. 
Anche se sul valore di una poesia si potrebbe disquisire fino alla morte, perché non credo esistano canoni oggettivi per determinarne il valore, dato che la poesia è qualcosa di molto personale e può attirare o meno l'attenzione di chi legge, non in base a criteri oggettivi ma a una serie di altri fattori. A parte le poesie stile "Passa Paperino con la pipa in bocca guai a chi la tocca...", che oggettivamente non hanno alcun valore, per me tutte le poesie possono essere, allo stesso tempo, fantastiche e orribili, dipende da chi le legge e quale è il suo umore in quel momento. Una cosa molto simile la penso dei romanzi, anche se in misura lievemente minore.
Comunque, divagazioni a parte, dopo i primi minuti di stordimento e di contentezza, alla mente mi si è affacciata la realtà e mi è venuto spontaneo chiedere "Va bene, è tutto bellissimo... dov'è l'inghippo?".
La ragazza ha avuto una reazione che inizialmente mi ha fatto dubitare della mia malafede e ho chiesto anche scusa, ma poi mi ha rivelato che, perché si avverassero tutte le cose che mi aveva detto, volevano che io contribuissi con 249 euro.
Ora, è vero che essere pubblicati è il sogno di chiunque scriva e che la cifra non è nemmeno eccessiva, ma non lo farò e poi mi viene il dubbio che abbiano telefonato a tutti quelli che hanno inviato una poesia. Potrei provare a mandare "Passa Paperino con la pipa in bocca..." e vedere se mi telefonano.

martedì 10 marzo 2015

La lingua dell'anima

 La penna è la lingua dell'anima.
(Cervantes, Don Chisciotte)



In prima elementare scrivevo con la matita e forse anche agli inizi della seconda. Ma, dalla matita, sono passata, già in seconda, alle penne stilografiche. La prima che ho usato è stata una penna stilografica verde che era di mia mamma. Quella di Holly Hobbie là sopra è stata una delle mie prime penne, credo fossi in terza elementare (fine anni '70).  Ne ho cambiate diverse. Queste due me le ricordo bene e ne ricordo anche una gialla e chissà quante altre ne ho avute. 
Le penne stilo... quelle che poi si rompeva il pennino, che si allargava troppo e non si poteva più scrivere. Quelle che potevi comprare anche il cancellino e il pennarello dalla punta fine con cui potevi scrivere sopra la cancellatura. E se poi sbagliavi anche a scrivere con il pennarello, per cancellare serviva la gomma blu ed era un buco certo sul foglio. Io credo che ai segni evidenti delle correzioni, tipo pasticci oppure barrature, ho sempre preferito le cancellature, persino quelle drastiche. Ma non ero molto pasticciona e di errori ne facevo pochi.

Dopo le stilo o contemporaneamente, per me, sempre alle elementari, sono arrivate quelle bellissime penne a sfera ricaricabili, con cartuccia di inchiostro cancellabile (quella nera, la terza a partire da destra nella foto in basso) e poi le Replay classiche, che usavo alle medie. 
E, insomma, credo di aver visto la mia prima bic al liceo. Anzi, per essere precisi, non usavo le bic, ma preferibilmente le Grinta Sfera Papermate punta media, talvolta fine, sempre rigorosamente blu. Erano morbidissime. Le bic forse all'università.

Le penne (tutte, ma soprattutto le stilo) sono la ragione per cui mi dispiace di non scrivere più con una penna, ma di farlo, ormai sempre più, solo tramite una tastiera. 
Le penne sono gli oggetti che posseggo in quantità maggiore. Non so quante ne ho, ne ho ovunque. 


Ho ancora delle vecchie stilografiche (escluse le ultime tre a partire da destra), sono tutte integre e potenzialmente funzionanti, ho anche delle penne che non scrivono che tengo per ricordo. Ho ancora qualche penna profumata che fra un po' compie 40 anni (quella gialla in foto). Ho una penna che adoravo, regalo di mio nonno fine anni 70, che aveva un orologio digitale con display (per allora, credo fosse una rarità, soprattutto per una bambina di meno di dieci anni). 
Usavo le penne a quattro colori, poi quelle a non so quanti colori, poi le penne colorate profumate. Ho penne di tutti i colori, ma soprattutto blu. Ho odiato con forza le penne nere fino a quando non ho iniziato a lavorare e a usarle sempre meno, a quel punto del colore mi importava poco.
Ogni tanto svuoto la borsa e tolgo decine di penne. Ne ho in cucina. Ne ho conservate, in una valigetta... saranno un centinaio, credo. 

Ho delle Parker, di nessun valore, che mi piacciono un sacco, che sono maggiorenni o quasi :) e che ancora scrivono.



Le penne per me sono oggetti estremamente evocativi. 
Mi ricordano la mia infanzia e i compiti a casa. Mi ricordano i miei quaderni, che riempivo di parole e sentimenti e lettere mai consegnate. Mi ricordano le lettere che spedivo alle decine di persone con cui corrispondevo, quando per tenersi in contatto, se si abitava in città diverse, c'erano solo le telefonate interurbane o la posta ordinaria.
Altri tempi.



domenica 8 marzo 2015

Saltando di palo in frasca...

Oggi mi è capitato di leggere alcuni post interessanti... e altri meno, tipo quello di Emilio Fede che si lamenta perché ha un contratto di consulenza per cui prende 15.000 euro al mese e non gli bastano (articolo che, onestamente, spero non sia vero, ma temo il contrario).
Tra i post interessanti, cito un sito che mi è sembrato molto carino, che si chiama Una favola al giorno, di cui condivido molto il sottotitolo "Perché i bambini non ricorderanno se la casa era linda e pulita, ma se leggevi loro le favole". 
Infatti... io non ricordo affatto se la casa in cui vivevo era linda, ma ricordo benissimo che ogni sera mia mamma mi leggeva le favole. Ed è una cosa che non scorderò mai e per cui penso di essere stata fortunata, perché non tutti hanno avuto una mamma che, sera per sera, si metteva seduta sul letto a leggere favolette. Grazie mamma.

Salto di palo in frasca, dicendo che, nello scrivere la parola "sottotitolo" nel paragrafo precedente, stavo per usare per ben due volte un termine inglese, prima di "accontentarmi" della parola italiana. Le parole che mi sono venute in mente prima di sottotitolo sono state "header" (intestazione) e "tagline" (termine che non so tradurre con una sola parola, ma che significa qualcosa come "parola che sintetizza, che racchiude il significato di qualcos'altro", che ne so, tipo slogan... altra parola inglese). Nemmeno a farlo apposta... dato che un paio dei post interessanti che ho letto oggi parlavano proprio dell'uso estremo di termini inglesi nel nostro parlato quotidiano.
Io, se non penso al fatto che sono la prima che usa molti termini inglesi nel quotidiano, sono d'accordo sul fatto che se esiste il termine italiano che lo si usi. E' anche vero, però, che, talvolta, l'inglese, con una sola parola, rende perfettamente quello che tu vorresti dire... vedi ad esempio il termine, già citato, "tag-line".
Questo discorso mi fa pensare a qualcosa che ho letto qualche giorno fa che si riallaccia ad una mia diretta esperienza di qualche anno fa. Non so da voi, ma qui, almeno in uno degli ospedali più "famosi", la camera mortuaria sulla segnaletica non viene indicata con il termine italiano, ma con il termine inglese (e sconosciuto alla maggior parte degli italiani, immagino) morgue. Lo stesso avviene, a quanto pare, altrove. Nella sezione commenti del post appena linkato, abbiamo chiacchierato sul perché di tale stranezza, giungendo alla conclusione che si scrive una cosa che non capisce quasi nessuno per  non impressionare chi legge. Tanto, a chi ha ragione di andarci probabilmente qualcuno gli spiega come ci si arriva, agli altri non interessa.
Io non ricordo se conoscessi già il significato della parola, ma di certo lo imparai in una certa occasione. E mi ispirò una poesia.



Morgue

La goccia rossa sul pavimento bianco è
Sangue vivido che mi scorre ancora dentro,
Mentre tu distesa su una lastra fredda non vedi.
Il colore del tuo vestito contrasta il pallore della tua pelle e del tuo giaciglio,
Le tue mani lisce e bianche sono i guanti del Bianconiglio.
Adesso persa con lui corri in migliaia di nuovi mondi
Di cui non racconterai.

La pallida compagna di viaggio della cella accanto,
Angosciosamente giovane e statuariamente bella,
Attende l’ultimo saluto prima di essere portata via.
Per te c’è ancora un giorno da attendere.

Il cartello scritto in inglese
Confonde i visitatori.
Volti affranti attorno a te.
Lacrime e occhiaie
Ti guardano e ti parlano come se tu potessi sentire.
I più ardimentosi ti toccano accarezzano il tuo volto,
Come hanno fatto fino a ieri.
Facce nuove a salutarti in questo luogo freddo.
Le stesse facce che non ti hanno guardato per anni
E che tu avresti voluto vedere,
Adesso contrite a levarsi il cappello
Davanti a chi non vede più.